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I cavalli di Castello Pandone

Castello Pandone Venafro

Castello Pandone a Venafro, oggi museo nazionale, lo vedi già dalla SS 85 che collega la città al capoluogo di provincia Isernia. Il castello è poggiato lungo le pendici della collina e pare stia vigilando, nonostante siano passati tanti secoli, la città e il territorio: importante centro di passaggio dal Molise e dall’Abruzzo per Napoli.

È ingiusto ridurre Venafro a semplice città di passaggio sapendo che è appartenuta ai longobardi, è stata sede vescovile, colonia di Roma dal III sec. a.C. e prima ancora abitata dai sanniti.

Il museo archeologico

I reperti storici custoditi al Museo Archeologico sono la testimonianza del lungo passato della cittadina. Il castello è la prosecuzione ideale del viaggio su Venafro attraverso il tempo. La parte più antica è quella realizzata in epoca longobarda intorno al X secolo. Il periodo di maggior splendore del castello è però da attribuire ai Pandone. Francesco nel 1443 ne è venuto in possesso, insieme alla Contea di Venafro.

La trasformazione

La fortezza gradualmente è stata trasformata in residenza signorile. Enrico Pandone, succeduto nel 1498, vi si è trasferito in maniera stabile intorno al 1514, insieme ai figli e alla moglie Caterina Acquaviva d’Aragona. È in questo periodo che gli ambienti interni del Castello sono stati decorati in modo unico e originale. Molte delle stanze, infatti, sono decorate con le fattezze dei destrieri appartenuti al Conte. La tecnica usata per le rappresentazioni è quella dello stiacciato: la figura a basso rilievo del cavallo è realizzata con l’intonaco e in seguito affrescato.

Enrico come Federico

È curioso come ciclo pittorico dei cavalli di Castel Pandone, dialoghi idealmente, con la Sala dei Cavalli di Palazzo Te, a Mantova. La notevole sala mantovana, destinata all’accoglienza degli ospiti e alle più importanti cerimonie, ha gli stessi soggetti che indicano, quanto erano importanti all’epoca i cavalli.

Gli affreschi di Venafro sono stati realizzati tra 1521 e il 1527 mentre, quelli ideati da Giulio Romano a Palazzo Te, sono stati eseguiti probabilmente tra il 1526 e il 1528. Di certo stilisticamente i due cicli pittorici non sono paragonabili. Idealmente Enrico è come Federico per quanto riguarda il pensiero che avevano sui loro celebri cavalli.

L’omaggio più alto che si potesse fare ad un amico o ad un ospite illustre era quello di donare uno dei loro meravigliosi destrieri. E così mentre si percorrono le stanze di Castello Pandone si è incuriositi dalle vicende di quei cavalli ritratti. Tra tutti spicca l’imponente esemplare nominato San Giorgio, fatto pervenire da Enrico nell’ottobre del 1522 all’imperatore Carlo V.

Il polittico di Nottingham

Il castello non ha solo questa particolarità, ha altre bellezze da scoprire. Il Salone nobile col ciclo di affreschi a tema bucolico sempre del sedicesimo secolo, la vista dalla loggetta sulla città e sul territorio, che vi assicuriamo è mozzafiato, in particolare al tramonto. È evidente la volontà di chi l’ha fatta edificare, a scapito dell’elemento difensivo, di voler godere della spettacolare vista che colpisce oggi come allora. In un’ala del castello è allestita la parte del museo che raccoglie le bellezze del territorio.

Le prime opere custodite sono del VII secolo. Noi ne scegliamo una tra tutte: il prezioso Polittico in alabastro policromo della Passione di Cristo, proveniente da una Bottega di Nottingham. L’opera, uno dei rari esempi in Italia di polittico di produzione inglese ancora integro, è legata alle vicende della chiesa, situata ai piedi del Castello Pandone, detta dell’Annunziata e della confraternita dei Flagellanti.

Ci racconta la guida che opere simili a quella di Venafro ne esistono in Italia soltanto altre due, quella a Capodimonte e quella a Palazzo Schifanoia.  

 

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