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Tempio Malatestiano a Rimini

Tempio Malatestiano interno

Tante vicende legate al

Quante vicende sono state vissute a Rimini, quante storie da raccontare, tra le tante una “voce”, quella delle mura di una chiesa ci fa conoscere la signoria dei Malatesta. Ecco i nomi dei protagonisti di questa vicenda: i fratelli Carlo e Pandolfo III e i tre figli di quest’ultimo: Galeotto Roberto, Sigismondo Pandolfo e Domenico detto Novello.

La chiesa in questione, detta Tempio Malatestiano, è dal 1809 la Cattedrale di Rimini dedicata a Santa Colomba dopo la soppressione napoleonica degli ordini conventuali e monastici. Prima di diventare cattedrale, la chiesa era appartenuta ai francescani, che erano subentrati ai benedettini. Il titolare della chiesa all’epoca dei Malatesta era san Francesco.

Pandolfo III e Carlo

Qual è però il legame tra la chiesa e i Malatesta? Procediamo con ordine. Pandolfo III Malatesta col fratello Carlo sono stati vicari apostolici e hanno governato diverse città delle Marche, Emilia Romagna e Lombardia, le città di Cesena, Rimini, Fano, Jesi, Brescia, Sansepolcro, Senigallia. Alla morte di Pandolfo nel 1427 è Carlo a mettersi alla guida dei territori, adoperandosi fin da subito affinchè il ramo riminese della famiglia potesse avere seguito. Pandolfo non aveva eredi legittimi, Carlo chiese per questo motivo la legittimazione a papa Martino V, che giunse nel febbraio del 1428, dei tre figli naturali avuti da Pandolfo III con Allegra dei Mori Castellano e Antonia da Barignano.

C’è da sottolineare che anche Carlo non ha avuto figli, ma aveva già legalmente adottato, insieme a sua moglie Elisabetta Gonzaga, Galeotto Roberto, crescendolo con amore e accolse alla sua corte anche gli altri due figli illegittimi di Pandolfo. Il riconoscimento di Martino V ha permesso ai fratelli la facoltà di ereditare il dominio malatestiano dei territori. Il papa però ritirò il riconoscimento con la morte di Carlo nel 1429. La sepoltura di Carlo è avvenuta nella chiesa di San Francesco che come detto è la nostra “narratrice” e filo conduttore di queste vicende.

Galeotto Roberto

L’appena diciottenne Galeotto Roberto si è ritrovato alla guida dei territori con le difficoltà determinate dal papa e dai tumulti sollevatisi in alcune città. Il giovane, però, diede subito dimostrazione di sapersi destreggiare sulle questioni politiche, è riuscito a placare i tumultuosi e ha riottenuto, per se e i suoi fratelli, le bolle di investitura dei vicariati di Rimini, Cesena e Fano nel 1430, confermati fino all’ottava generazione, mantenendo e rendendo ancor più saldo il dominio della signoria. Galeotto Roberto, putroppo, è morto anch’esso, aveva appena 21 anni quando si è spento.

La sua vita è stata d’esempio per mitezza e fede, oltre a essere il signore di Rimini c’è da sottolineare il suo ingresso, il 4 ottobre 1431, nel Terzo Ordine francescano. Per le sue virtù è stato beatificato dalla Chiesa. Tra le attività avviate da Galeotto è bene ricordare l’istituzione di una biblioteca pubblica. Immaginiamo che Novello abbia avuto un buon esempio quando qualche decennio dopo, a Cesena, ha messo in piedi la sua famosa Biblioteca Malatestiana, che già abbiamo raccontato nel blog. Galeotto Roberto è stato seppellito di fronte al Tempio Malatestiano, in modo umile com’egli volle. Correva il 1433.

SigismondoPandolfo e Novello

Sigismondo Pandolfo e Novello sono loro adesso alla guida dei territori. Come il padre e lo zio, si erano distinti come condottieri fin da giovani, ottenendo anche loro l’investitura a cavalieri dall’imperatore Sigismondo di Lussemburgo nel 1433. Avevano 16 anni il primo e 15 il secondo. Nati a Brescia nel 1417 e nel 1418, fin da subito hanno diviso l’eredità paterna: Sigismondo Pandolfo è diventato il signore di Rimini, Fano e Senigallia e a Novello sono andati i restanti territori.

Evitiamo di raccontare la lunga serie di dispute e guerre che Sigismondo Pandolfo e Novello hanno intrapreso per conto del papato essendo vicari apostolici e assoldati più volte per risolvere le questioni politiche territoriali. Tralasciamo la vicenda di Novello signore di Cesena alla quale abbiamo dedicato, come detto, un capitolo a parte sul blog, anche se la sua vicenda spesso si intreccia con quella del fratello.

”Costruì un nobile tempio a Rimini in onore di San Francesco; ma lo riempì di tante opere pagane che non sembra un tempio di cristiani ma di infedeli adoratori dei demoni.”
Papa Pio II

Sigismondo e il Tempio Malatestiano

La nostra attenzione è dedicata tutta a Sigismondo Pandolfo. Il signore di Rimini, è stato un grande condottiero noto per la sua spregiudicatezza. È l’acerrimo nemico di Federico II da Montefeltro, importante mecenate che è riuscito a riunire alla corte riminese i letterati e gli artisti di rilievo dell’epoca. È in questo contesto culturale, politico e storico che Sigismondo decide di realizzare all’interno della chiesa di San Francesco una cappella per la sepoltura di se stesso e della sua famiglia. Una volta chiesta l’autorizzazione ecclesiastica, che ha ottenuto nel 1447. Nel 1450 in occasione dell’anno giubilare e del rinnovo da parte del papa Niccolò V a ruolo di vicario per tre generazioni, iniziano i lavori, quelli più corposi che hanno stravolto la chiesa.

Il progetto di Leon Battista Alberti

Su progetto di Leon Battista Alberti si diede inizio al radicale cambiamento strutturale che prevedeva di incaspulare, per così dire, il vecchio edificio francescano. L’Arco di Augusto, situato a poca distanza dalla chiesa, fu d’ispirazione per la facciata del Tempio Malatestiano. È la prima volta un elemento architettonico “laico” viene utilizzato per una chiesa, un elemento per celebrare Sigismondo e la futura moglie Isotta degli Atti. Secondo i progetti, infatti, i due sarebbero stati tumulati in due sepolcri predisposti nelle rientranze ai lati destro e sinistro della porta centrale dove oggi si osservano dei semplici archi ciechi.

Manca però la cupola, che doveva completare il rivoluzionario progetto. I lavori rimasero incompiuti, purtroppo finì il denaro a causa delle scelte politiche e alle azioni militari che Sigismondo Pandolfo ha compiuto, scelte che segnarono il suo declino. Nonostante sia incompleta, la chiesa resta una tappa fondamentale per la storia dell’architettura, perchè le teorie del trattato De re aedificatoria di Leon Battista, qui a Rimini vennero per la prima volta realizzate.

L’interno del Tempio Malatestiano

L’interno affidato a Matteo de’ Pasti e Agostino di Duccio, è in stile tardo gotico ed è zeppo di decorazioni simboliche legate al gusto della corte riminese che nel tempio Malatestiano trovarono espressione. Alla base dei pilastri e delle colonne troviamo gli elefanti che sono presenti ovunque compreso il sepolcro di Isotta degli Atti. È uno dei simboli malatestiani, il loro simbolo per eccellenza. Il grosso animale forte, potente, che non teme nulla, per dirla in breve, prendendo in prestito il motto di Novello Malatesta che troviamo alla Biblioteca Malatestiana a Cesena: “l’elefante indiano non teme le zanzare”.

Il ritratto di Piero della Francesca a Sigismondo

Vicino al presbiterio sulla cappella di destra si trova l’affresco del signore di Rimini in preghiera di fronte a san Sigismondo, quello festeggiato il primo di maggio. Il santo re dei Burgundi tra il 516 e il 523 è raffigurato come un uomo con le fattezze dell’imperatore Sigismondo che con una mano regge uno scettro e con l’altra tiene un globo. È un san Sigismondo atipico: ritratto vecchio e con i simboli tipici del potere imperiale. Un omaggio di Sigismondo all’imperatore al quale era grato per l’investitura a cavaliere, opera di Piero della Francesca. Di Giotto da Bondone coinvolto anch’egli alla corte riminese, resta superstite, un crocefisso oggi collocato nell’abside presbiteriale.

La scomunica lanciata da Pio II

Furono gli atti di disobbedienza di Sigismondo, ripetuti per tre volte e la non curanza delle disposizioni della Santa Sede, che lo portarono al suo declino. Le prese di posizione del signore di Rimini mandarono su tutte le furie il pontefice Pio II nell’autunno del 1460. La decisione del papa non si fece attendere, la punizione fu esemplare e tale da abbattere di fatto la potenza di Sigismondo. Il 25 dicembre 1460 il papa fece recapitare a Sigismondo come strenna per il Santo Natale la scomunica. Sigismondo si ritrovò privato dei suoi domini, in quanto ritenuto malfattore e ribelle nei confronti della Chiesa. Al suo nemico di sempre Federico da Montefeltro duca Urbino, il privilegio dell’attuazione, che ebbe la meglio su Sigismondo dopo anni di scontri tra i due.

Nel 1462 Sigismondo fu costretto a cedere Senigallia, nel 1463 la stessa sorte toccò a Fano. Solo grazie all’intervento dei principali Stati italiani, si riuscì placare l’ira di Pio II facendolo desistere dall’incamerare anche Rimini e Cesena nei territori dello stato pontificio. L’isolamento diplomatico di Sigismondo Pandolfo e il notevole ridursi delle finanze allontanarono i sogni di autocelebrazione di Sigismondo espressi proprio nel Tempio Malatestiano.

Ezra Pound e i Malatesta Cantos

Sigismondo Pandolfo per riscattarsi andò in guerra contro i turchi riuscendo a farsi assoldare nuovamente dalla Chiesa come capitano. Nella primavera 1468, durante la campagna militare pontificia contro Norcia, si ammalò, si spense a Rimini il 9 ottobre 1468, lasciando tutti i suoi progetti di riscatto incompiuti. Le sue spoglie sono tutt’ora nel Tempio malatestiano. Sigismondo protagonista controverso di un’epoca, è un personaggio che affascina e colpisce l’immaginario di quelli, come noi, che amano queste vicende che superano la fantasia del miglior sceneggiatore delle soap opera.

Anche Ezra Pound ne subì il fascino dopo un primo viaggio compiuto in centro Italia. Ritorna, infatti, a Rimini nel 1923 con la moglie Dorothy Shakespear per la seconda volta, per compiere degli studi più approfonditi sul monumento e sulla vicenda storica di Sigismondo Pandolfo Malatesta, trovando ispirazione per il suo percorso letterario confluito nei versi dei Malatesta Cantos. È del poeta americano la celebre frase coniata per Sigismondo “è il miglior perdente della storia”.

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“È il miglior perdente della storia”.
Ezra Pound


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