Calamita Cosmica a Foligno

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“Le mie opere spesso si sono rifiutate di partecipare alle grandi mostre.”

Gino De Dominicis

La Calamita Cosmica e la biennale di Venezia

Gino De Dominicis non amava la fotografia, è sua l’affermazione “La fotografia non crea. Riproduce o interpreta l’esistente”. Con questa consapevolezza ci siamo avvicinati mentre fotografavamo la sua Calamita Cosmica. L’opera monumentale si trova nell’ex Chiesa della Santissima Trinità in Annunziata a Foligno, eretta su disegno dell’architetto Carlo Murena tra il 1760 e il 1775. Se per De Dominicis “Un pittore è come un prestigiatore che con i suoi giochi deve riuscire a sorprendere se stesso. E in questo sta la complessità.” pare ovvio che la fotografia risulti esssere meno potente della pittura.

Eppure se la pellicola della fotocamera non avesse catturato alcune immaginii delle sue istallazioni, termine che tra l’altro non amava, non avremmo mai potuto vedere Zodiaco esposta alla Galleria L’Attico di Fabio Sargentini o Seconda soluzione di immortalità (l’Universo è immobile) che Gino De Dominicis propose in occasione dell’inaugurazione della 36° Biennale di Venezia (11 giugno – 1 ottobre 1972).

L’opera tanto discussa composta da Paolo Rosa un giovane affetto da sindrome di down e altre tre opere già esposte in precedenza: Cubo invisibile (1967), Palla di gomma (caduta da 2 metri) nell’attimo immediatamente precedente il rimbalzo (1968-69), e Attesa di un casuale movimento molecolare generale in una sola direzione, tale da generare un movimento spontaneo della pietra (1969).

Il Vaticano e Pier Paolo Pasolini

Quelle foto dell’opera presentata alla biennale, visibile solamente la mattina dell’ 8 giugno 1972, destarono un tale scandalo da causare la chiusura della sala e una denuncia alla Procura della Repubblica di Venezia per sottrazione d’incapace alla patria potestà. Tutto si concluse con l’assoluzione espressa dal giudice nell’aprile del 1973 perchè il fatto non sussisteva.

L’intenzione di De Dominicis era quella di invitare lo spettatore ad assumere la prospettiva di Paolo Rosa. Il modo di sorprendere dell’artista è sempre stato provocatorio. Il manifesto mortuario utilizzato per la presentazione alla sua prima personale a Roma alla Galleria L’Attico di Fabio Sargentini è di per se illuminante.

Sull’opera presentata alla biennale intervennero: il Vaticano che la giudicò “un’offesa alla dignità del mongoloide, del subnormale, del minorato” e Pier Paolo Pasolini che su Il Tempo del 25 giugno 1972 la bollò come “prodotto della sottocultura italiana”.

Solo Eugenio Montale in occasione dell’assegnazione del premio Nobel per le Lettere nel 12 dicembre del 1975, quando tenne il discorso all’ Accademia di Svezia conferì all’opera la sua importanza e peso. Montale dichiarò il suo essere contrario alla chiusura della sala e mise De Dominicis sullo stesso piano di Caravaggio e Rembrandt.

Di fronte all’opera

L’opera, ha una lunghezza di 24 metri, larga 9 e alta quasi quattro realizzata in vetroresina, ferro e polistirolo, De Dominicis la presentò per la prima volta al pubblico nel 1990, in una sala isolata rispetto allo spazio espositivo della sua mostra antologica presso il Centre National d’art Contemporain a Grenoble.

Gli spettatori non ebbero modo di vederla da vicino, ma solo da un unico punto d’osservazione predefinito dallo stesso artista posto dietro al cranio dello scheletro.

L’enorme scheletro umano, che al posto della cavità nasale ha il becco di un uccello, venne realizzato in assoluto segreto nel 1988, è considerato una delle più importanti testimonianze della scultura italiana del XX secolo.

Le origini dell’opera sono sconosciute ma il suo nome ci aiuta a intuire il senso e la relazione tra lo scheletro e l’asta dorata conficcata nel dito medio nella sua mano destra.

La morte, l’immortalità, lo scorrere del tempo, la verifica dell’esistenza umana sono i temi che De Dominicis avrebbe rincorso e scandagliato tutta la sua vita. Lui che negli anni ’70 pubblica la Lettera sull’immortalità, enunciazione teorica della sua ricerca d’artista, incentrata sul tema del tempo e della conquista dell’immortalità fisica cercando di rendere il visibile invisibile e l’invisibile visibile ci costringe a fare un percorso di fronte alla grandezza dei contenuti che l’opera stessa offre. A chi si concede la visione, si concede di cogliere le riflessioni che hanno spinto l’artista a realizzarla. Ci si interroga sul nostro destino di uomini che è segnato dalla fine. A questo destino pare si sottragga l’opera d’arte, oggetto vivente perfetto.

Noi e il secondo modo di accostarci all’opera

Quell’asta d’oro splendente in equilibrio e conficcata nel dito dello scheletrone che si sviluppa perpedicolarmente dalla terra verso il cielo, quell’asta che ritorna in molte opere di Gino de Dominicis a partire dal 1967 quando è esposta nella prima personale dell’artista, rimanda simbolicamente al passaggio fra terra e cielo, fra il terreno e il divino. Quel punto fermo inchiodato, che per sempre resterà lì eterno come eterna e immortale è l’opera d’arte. Quelle spoglie mortali umane smisuratamente grandi dello scheletrone entrano in rapporto con noi e ci ricordano la nostra di condizione.

Il titolo dell’opera forse ci guida in un troppo semplice dire che tutti siamo chiamati con dolore a quella fine. Eppure per De Dominicis e anche per noi, la questione è ben più complessa. Nulla suggerisce al religioso tranne il luogo dove ci troviamo. Due i modi per vivere l’esperienza con la Calamita Cosmica nella ex chiesa appositamente allestita per accogliere lo scheletrone che trovi steso sul pavimento.

Esposta in location di prestiglio

Esposta come già scritto la prima volta a Grenoble, ricompare sei anni più tardi al Museo di Capodimonte a Napoli, nel 2005 la ritroviamo in mostra alla Mole Vanvitelliana di Ancona città che diede i natali all’artista nel 1947. Nel 2007 Calamita Cosmica è in Piazzetta Duomo a Milano e alla Reggia di Versailles, verrà portata al MAC’S Grand Hornu a Mons in Belgio e al MAXXI di Roma nel 2010 ed infine, dal 2 giugno al 1 ottobre 2017 è stata esposta a Firenze al Forte di Belvedere nella mostra “Ytalia energia pensiero bellezza”.

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Questo racconto è stato scritto ascoltando Love My Way dei The Psychedelic Furs .

“L’unico nomadismo riscontrabile nelle mie opere è che qualche volta sono state trasportate fuori da Roma per una mostra.”

Gino De Dominicis